Il valore dei bari

311px-The_Cardsharps_by_CaravaggioRoger Caillois in “Man Play and Games” definisce il gioco come segue:
1. Libero, o non obbligato;
2. Separato (dalla vita ordinaria) e che occupa tempi e spazi riservati e ben definiti;
3. Incerto nel risultato;
4. Non produttivo nel senso che non crea “beni” commerciabili;
5. Governato da regole che sospendono leggi e comportamenti ordinari e che devono essere seguite dai giocatori;
6. Implica un “make-believe” che confermi ai giocatori l’esistenza di una realtà immaginaria contrapposta ad una “realtà reale”.

Senza entrare nei meriti o demeriti di questa classificazione mi interessa qui esplorare il punto 5 e cioè il fatto che il gioco sia governato da regole che ‘sospendono’ le leggi ed i comportamenti ordinari (su questo non sono d’accordo, N.d.A.) e che devono essere seguite dai giocatori.
Ogni gioco, in effetti, è governato da regole esplicite (o implicite) e l’aspetto fondamentale è costituito dalla fiducia che tutti i giocatori stiano seguendo e rispettando le regole. Esistono alcuni giochi che, non basandosi solo sulla fiducia, richiedono l’esistenza di un arbitro, terzo rispetto ai giocatori, che garantisca il rispetto delle regole.
Come si può facilmente notare, il punto 5 parla di aspetto comune sottostante a (quasi?) tutte le attività umane e non è peculiare del solo gioco.
I “bari” ed il loro ruolo servono appunto a ricordarci che è esattamente l’esistenza delle regole ed il loro rispetto che suggellano il “patto di ferro” che lega i giocatori. Ed è per quello che la punizione (differente dalla penitenza, riservata a chi perde rispettando le regole), nell’ambito del gioco, arriva sino al loro allontanamento. Non rispettare le regole è l’atto più sacrilego che un giocatore possa compiere.

Nell’immagine si riporta il famoso quadro di Caravaggio “I Bari”.

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