Il “gioco” delle regole

google-carSul dizionario del Corriere, alla definizione della parola “gioco” (http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/G/gioco.shtml) , la dodicesima definizione recita:

12 mecc. Piccolo spazio tra due elementi: la vite ha un po’ di g.

La vite ha un po’ di “gioco”. Anche Caillois aveva riportato questo significato, evidenziando il fatto che si vuole indicare la possibilità di avere alcuni margini di libertà, anche all’interno di un perimetro prestabilito.

E’ questa, infatti, l’essenza del gioco, e cioè quella porzione di libertà che è sempre lasciata ad ogni giocatore e che non è normata e vincolata dalle regole, oppure quello spazio di regole che sono soggette ad interpretazione o “addirittura” che devono essere violate per poter far procedere il gioco.

Proprio questo carattere apparentemente contraddittorio del “gioco” delle regole mi ha probabilmente aiutato a interpretare questo articolo in cui si parla del comportamento delle Google Cars che sembrerebbero avere una guida “troppo” sicura e troppo rispettosa delle regole.

Il mese scorso, una delle sue macchine senza guidatore 
si è avvicinata alle strisce pedonali e si è comportata come 
si suppone che  si debba fare: 
ha rallentato per far attraversare un pedone, e il suo 
"conducente sicuro" ha frenato. Il pedone sta bene, ma 
non così la Google car, tamponata da dietro dal conducente 
di una berlina

E ancora:

 i ricercatori che operano nel nuovo settore dei veicoli 
senza conducente dicono che una delle sfide più 
grandi delle macchine automatiche è interagire in un mondo 
nel quale gli esseri umani non si comportano 
secondo le regole. "Il vero problema è che l'auto 
è troppo sicura" osserva Donald Norman, direttore del Design Lab 
all'Università della California a San Diego, esperto e 
studioso di veicoli autonomi. "Devono imparare a essere un 
po' aggressive, e quanto lo debbano diventare dipende dalla 
cultura".

Il grassetto è mio. Dunque, una povera Google Car rispetta “troppo” le regole. E questo non va bene. Probabilmente il “gioco” (cioè lo spazio di libertà) che gli uomini si prendono rispetto alle regole è molto più ampio di quello che le macchine sono programmate per avere.

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Iocus

jocus

http://www.dizionario-latino.com/dizionario-latino-italiano.php?lemma=IOCUS100

iŏcus
(iocus, ioci)
sostantivo maschile II declinazione

1 scherzo, celia, burla, gioco, facezia
2 passatempo, trastullo, oggetto di scherno o di burla
3 bagattella, gioco da ragazzi, cosa da nulla
4 (poetico; al plurale) giochi amorosi
5 (al plurale) poesiole, svaghi, trastulli

La parola “gioco” deriva da “iocus”, del quale riporto le svariate definizioni (e già così guardate che spettro ampio di significati può assumere).

Tuttavia, anche il termine “ludus” indicava un insieme di attività legate al gioco, al passatempo e anche alla ‘scuola’. Inoltre i “ludi” avevano carattere religioso e rituale. Molti aggettivi e sostantivi moderni legati al gioco riprendono questa matrice più “aulica” del termine (ludico, ludologo, ludologia, ludoteca), tuttavia mi piace anche ricordare la radice in questione, che dà, alla natura indefinibile del gioco, questo aspetto transitorio, breve, leggero, apparentemente senza significato.

La “cosa da nulla” che invece è “cosa molto importante”.

Ancora oggi, il gioco è ambivalente e la locuzione: “E’ solo un gioco.” viene usata con l’antico senso di “iocus”, che ci rimette in contatto con le nostre radici.

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Giocare a calcio senza palla

sissakoSono rimasto colpito da questo video che parla del film “Timbuktu” del regista Abderrahmane Sissako. Il film racconta del regime jihadista nel Mali che hanno imposto una legge della sharia rigida e molto violenta. Ciò che colpisce e che riguarda questo blog, tuttavia, è quando si parla della partita senza pallone che viene giocata dai ragazzi, perchè l’uso del pallone è proibito.

Si assiste, quindi, ad una sorta di rito che mette in scena una partita di calcio, senza pallone, che mima quello che dovrebbe accadere usando un pallone vero. Questo semplice gesto, simbolico, consente ai ragazzi di non violare la legge restrittiva, ma li “libera” e consente loro di ricorrere al mondo espressivo del gioco che abbatte ogni restrizione.

Questo apre anche numerosi interrogativi su come potrebbero essere giocati alcuni giochi senza alcuni componenti che li rendono fondamentali. La loro natura ne uscirebbe stravolta? Sino a che punto un gioco può essere spogliato dei suoi aspetti basilari in termini di componenti e, tuttavia, rimanere ancora “lo stesso gioco”?

Nel fare piccole ricerche per questo post, ho anche scoperto che, come era ovvio, esiste un regolamento del calcio senza palla, che trovate qui.

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Il valore dei bari

311px-The_Cardsharps_by_CaravaggioRoger Caillois in “Man Play and Games” definisce il gioco come segue:
1. Libero, o non obbligato;
2. Separato (dalla vita ordinaria) e che occupa tempi e spazi riservati e ben definiti;
3. Incerto nel risultato;
4. Non produttivo nel senso che non crea “beni” commerciabili;
5. Governato da regole che sospendono leggi e comportamenti ordinari e che devono essere seguite dai giocatori;
6. Implica un “make-believe” che confermi ai giocatori l’esistenza di una realtà immaginaria contrapposta ad una “realtà reale”.

Senza entrare nei meriti o demeriti di questa classificazione mi interessa qui esplorare il punto 5 e cioè il fatto che il gioco sia governato da regole che ‘sospendono’ le leggi ed i comportamenti ordinari (su questo non sono d’accordo, N.d.A.) e che devono essere seguite dai giocatori.
Ogni gioco, in effetti, è governato da regole esplicite (o implicite) e l’aspetto fondamentale è costituito dalla fiducia che tutti i giocatori stiano seguendo e rispettando le regole. Esistono alcuni giochi che, non basandosi solo sulla fiducia, richiedono l’esistenza di un arbitro, terzo rispetto ai giocatori, che garantisca il rispetto delle regole.
Come si può facilmente notare, il punto 5 parla di aspetto comune sottostante a (quasi?) tutte le attività umane e non è peculiare del solo gioco.
I “bari” ed il loro ruolo servono appunto a ricordarci che è esattamente l’esistenza delle regole ed il loro rispetto che suggellano il “patto di ferro” che lega i giocatori. Ed è per quello che la punizione (differente dalla penitenza, riservata a chi perde rispettando le regole), nell’ambito del gioco, arriva sino al loro allontanamento. Non rispettare le regole è l’atto più sacrilego che un giocatore possa compiere.

Nell’immagine si riporta il famoso quadro di Caravaggio “I Bari”.

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Bu Bu Settete

Kou-Kou_by_Georgios_IakovidisAvevo molti dubbi su come iniziare i miei post riguardo il mondo del gioco, tuttavia leggendo “Ludus e jocus. Apprendere giocando e giocare apprendendo”, di Giovanna Corni (http://www.ibs.it/code/9788898538195/corni-giovanna/ludus-jocus-apprendere.html), è ritornato alla mente il “Bu Bu Settete” o “Cu Cu settete”, una delle prime forme di gioco tra mamma e bambino.

E a ripensare all’atto di quel ‘gioco’ ed al suo valore pedagogico mi vengono molti pensieri e curiosità. L’atto di ‘celare’ il volto e di farlo riapparire (unitamente al suono rassicurante della vocale e ed al tono gioioso) che provoca il sorriso e la gioia del bambino racchiude in sè numerosi significati che non verranno più dimenticati.

Per la psicologia dell’età cognitiva questa importante attività svolge la funzione di sviluppare la capacità di comprendere la “permanenza degli oggetti” (i.e. la comprensione del fatto che il volto della mamma è sempre lì, anche quando è nascosto dietro un oggetto), e prima dei nove mesi i bambini non hanno questa capacità. (http://en.wikipedia.org/wiki/Peekaboo). La mancata acquisizione di questa capacità porta all’errore A-non-B (http://it.wikipedia.org/wiki/Errore_A_non_B) in cui i bambini di età inferiore all’anno cercano qualcosa in un luogo in cui questo oggetto non dovrebbe esserci (il corsivo è mio). E’ interessante, di sfuggita, osservare che è esattamente questa “abilità” che viene sfruttata dagli illusionisti per guidare abilmente la nostra aspettativa di aspettarsi che un oggetto sia in un posto in cui non c’è.

La mia visione ‘da giocatore’ riguardo questo aspetto si concentra però sul senso di attesa e di sorpresa “quando la mamma toglie il velo” e su come questo provochi una sensazione di gioia. Rimuovere l’ostacolo è come ‘aprire la scatola’ o ‘aprire il sipario’, vedere cosa c’è ed immergersi nella gioia. Facendo un passo avanti, la cosa si può estendere anche ad immaginare che un mondo di finzione ci sia anche quando nessun giocatore sia lì (ed è interessante notare che i MOORPG hanno invece disintegrato questo concetto, in cui il mondo finzionale è SEMPRE popolato da giocatori).

Mi piace inoltre rimandare al quadro che ritrae due bambini che giocano a “Peekaboo” (in alto, opera di Georgios Iakovidis) ed allo spassoso e terrificante “Bu Bu Settete” di Diego, la tigre dai denti a sciabola, nel film di animazione “L’era Glaciale”.

https://www.youtube.com/watch?v=2_WsTIqR420

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Un nuovo viaggio

hl-ancient-egypt-board-gamesSono sempre stato affascinato dal gioco e dai giochi, da quando ero piccolo. Non saprei dire esattamente cosa mi attiri, ma so per certo che, qualunque cosa sia o rappresenti un gioco, attira la mia attenzione.

Il gioco, in tutte le sue forme, rappresenta una delle attività più importanti della vita umana ed attraversa i millenni. Tutt’ora rappresenta ancora qualcosa di misterioso e di inafferrabile, nonostante tutti gli studi ad esso dedicati.

Quello che è certo è che, specchiandosi nel mare del gioco, si ha l’impressione di aver a che fare con un grande mare di cui non si conosce la profondità. Alcune volte le sue forme e funzioni appaiono evidenti, ma ad una analisi più approfondita aprono scenari che vanno in profondità sino alle radici stesse della storia dell’uomo. Ed è, forse, proprio questo che più affascina. Immergersi senza sapere a che profondità arrivare.
Forse, il gioco è proprio questo. E come ogni gioco, ognuno potrà raggiungere la profondità che desidera per poi ritornare al sicuro, in superficie.

Quello che proverò a fare sarà un nuovo viaggio, ingenuo, dentro ed attorno ai giochi. Chi abbia voglia di seguirmi, prepari le valigie.

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